Stop ai trasferimenti da Milano a Rende. Incontro al Mise sblocca il rinnovo di Eni per Almaviva

Due settimane da incubo per 65 lavoratori a seguito del granitico referendum che ha detto no all’accordo tra l’azienda di Tlc e i sindacati. Lo strano mito del pellegrinaggio aziendale verso la sede rendese

 

RENDE (CS) – La partita, almeno per il momento, sembra averla decisa il Ministero dello Sviluppo Economico, in un incontro che ha sancito il ritiro del trasferimento di 65 lavoratori di Almaviva (commessa Eni) dalla sede milanese a quella di Rende. Con una percentuale di circa il 75%, il referendum dei lavoratori settimana scorsa aveva bocciato l’accordo siglato da Fistel Cisl, con l’azienda pronta ad aprire la procedura di trasferimento collettivo, bollato senza perifrasi “come un licenziamento seppure mascherato”, parole dello stesso gerente del dicastero Carlo Calenda.

 

Il peso delle committenti e lo spauracchio esubero

Dal 12 ottobre il sito milanese di Almaviva era entrato nel fuoco incrociato dello scambio di accuse reciproche tra le sigle sindacali Slc, Fistel e Uilcom – che parlano di dumping attuato dall’azienda determinato dagli accordi in deroga al contratto nazionale delle Telecomunicazioni che mettono in ginocchio i lavoratori – e alla controaccusa dell’ad del Gruppo Andrea Antonelli verso i primi, “che per anni hanno semplicemente assistito ad una completa destrutturazione del mercato, nonostante i formali e ripetuti allarmi che proprio da questa azienda venivano rivolti, e sottoscritto accordi ben più pesanti per i lavoratori, con soggetti che spesso ricorrevano a contestuali delocalizzazioni al di fuori del territorio italiano ed europeo”. Una delocalizzazione selvaggia che Almaviva in parole avversa, ma che come vedremo non disdegna di praticare. Fino al comunicato stampa dell’ azienda che paventava la soluzione del trasferimento forzato dei 65 dipendenti pena l’esubero. L’accordo raggiunto il seguente 18 ottobre ha calmato gli animi con l’azienda che non ha perso tempo ad accogliere “con responsabilità l’appello del Governo a sospendere le misure finora adottate per la necessaria definizione di un’intesa che garantisca l’indispensabile equilibrio del sito produttivo”.

 

La degenerazione di un sistema che usa a proprio piacimento le distorsioni palesi del Job Act che a loro volta plasmano cifre fisiologiche di esuberi che si vorrebbe palleggiare di sede in sede

 

Un attrito che nasce dal lavaggio del cervello sulla produttività della sede, messa a rischio dal mancato rinnovo contrattuale di una commessa come Eni. “Il mancato rinnovo del contratto” – informava ancora Almaviva- “ha determinato per Milano una riduzione pari al 25 per cento delle attività, generando una condizione di esubero del personale e di non equilibrio del centro produttivo”. Al che si è sentiti pronti a varare un piano di rientro sotto false spoglie: “L’ipotesi di intesa sottoscritta con la maggioranza delle Rsu della sede milanese aveva previsto una serie di misure volte al recupero di efficienze e produttività del centro, senza alcuna iniziativa relativa al costo del lavoro, accompagnate dal ricorso a un ammortizzatore sociale di breve periodo, diretto alla riconversione e formazione del solo personale in condizione di esubero”. Il ‘solo’ personale racchiude le 65 famiglie che vivono a Milano costrette a lasciare tutto per lavorare a più di 1000km. A ingrossare i traffici nella sede di Rende dove quelle 65 cuffie in più non si sa fino a che punto avrebbero inciso sul regolare utilizzo dell’organico in dotazione a discapito dei tanti interinali che lavorano a singhiozzo e sotto la spada di Damocle del rinnovo da guadagnare, mese per mese o trimestre per trimestre. La degenerazione di un sistema che usa a proprio piacimento le distorsioni palesi del Job Act che a loro volta plasmano cifre fisiologiche di esuberi che si vorrebbe palleggiare di sede in sede. Sono solo scenari che si ripropongono a scadenza fissa – quella dei rinnovi delle commesse sui siti e relativi valzer politici –  ma nessuno ha mai spiegato quali conseguenze potrebbero portare i trasferimenti, garantire cioè un’occupazione temporanea a danno della sede di Contrada Cutura e la contrazione dei flussi di lavoro (su ciò si basano i rinnovi dei contratti delle commitenti e di conseguenza quelli con meno garanzie degli interinali), o il vagabondare programmatico degli esuberi di sede in sede? Nessuno ha fatto i conti, o si sono già ben fatti, sul chiudere un sito e rinverdire la bolla altrove.

 

La bufera sul caso delle 43 neomamme con le valigie in mano

Oggi strappo ricucito a Milano, ma la coperta si era tirata nel dicembre passato su Palermo e Napoli – nella prima un lungo tira e molla aveva poi messo fine a circa 400 trasferimenti sempre verso Rende, la seconda situazione invece presa più volte per il rotto della cuffia con una risonanza politica e mediatica senza precedenti –  e si era stracciata definitivamente per Roma e i suoi oltre 1600 dipendenti mandati a casa. A una commessa che minaccia la chiusura c’è sempre l’azienda che reclama improduttività: nel gioco delle parti a proporzioni invertite ai quasi 3000 esuberi annunciati da Roma in giù fanno da contraltare i nuovi 65 annunciati ora in Lombardia. Via ai trasferimenti e si cerca la vertenza col ministero.

Intanto il Governo ha deciso di anticipare a questo novembre la verifica dell’attuazione del protocollo sui call center siglato a maggio scorso a tutela dell’occupazione del settore, ribadendo l’impegno “contro la delocalizzazione anche in Unione Europea e a favore della parte più fragile della filiera produttiva italiana”. Ma è una promessa abortita troppe volte, su cui si è seminato poco, anche nei cortili delle grandi aziende di Telecomunicazioni. Parti di traffico in alcuni servizi vengono switchati e alcune chiamate gestite direttamente in Romania, in barba alla coerenza che più cristallina non si può. La società chiede una stretta sul fenomeno e armata di fioretto pretende garanzie contro le delocalizzazioni, prontamente soddisfatte dal Governo che stigmatizza così gli esuberi: un round trip sempre operativo e funzionante. Il nuovo accordo del Governo prevede di “assicurare ai clienti il più alto livello qualitativo nel servizio, prevedendo per i servizi erogati dall’estero la certificazione linguistica e l’applicabilità della normativa nazionale sulla privacy; limitare la delocalizzazione fuori dal territorio italiano garantendo che il 95% delle attività effettuate in via diretta sia effettuato in Italia e, per i nuovi contratti, che almeno l’80% dei volumi in outsourcing sia effettuato sul territorio italiano, fermo restando il vincolo a non ridurre la quota attuale; sterilizzare la componente del costo del lavoro dalle offerte dei fornitori, se il costo lavoro orario è inferiore a quanto previsto dalle tabelle Ministero Lavoro, ovvero dagli accordi con le organizzazioni sindacali o, in mancanza di questi ultimi, dai contratti collettivi nazionali; prevedere strumenti di tutela analoghi a quelli previsti dalla norma in relazione alla clausola sociale; garantire la durata del contratto per 18 mesi dalla sottoscrizione, con rinnovo tacito e verifica dei risultati decorsi 12 mesi”.

 

A una commessa che minaccia la chiusura c’è sempre l’azienda che reclama improduttività: nel gioco delle parti a proporzioni invertite ai quasi 3000 esuberi annunciati da Roma in giù fanno da contraltare i nuovi 65 annunciati ora in Lombardia

 

All’orizzonte la tempesta non accenna a placarsi. Nessun passo indietro sulla decisione del trasferimento collettivo di 43 neomamme dalla sede romana a quella rendese dopo il disastro dello smantellamento dello sciagurato dicembre 2016. Mentre i dipendenti epurati gridano alla disparità di trattamento tra il loro licenziamento, da un lato,  e il salvataggio finale di Napoli-Palermo e i 65 di Milano, dall’altro, i sindacati gridano allo scandalo invocando il rigetto del trasferimento delle neomamme per il mantenimento del posto di lavoro poiché quando Almaviva annunciò i licenziamenti poi attuati, erano tutte incinte e la legge non ne permetteva né licenziamento né trasferimento. L’azienda taccia l’accusa di populismo sindacalista: “Per la situazione delle 43 lavoratrici di Roma, Almaviva Contact ha correttamente seguito gli adempimenti di legge, attraverso la tutela delle dipendenti in maternità nella procedura di licenziamenti collettivi e, a seguito della oggettiva chiusura delle sede lavorativa di appartenenza, attraverso la conservazione dell’occupazione con collocazione, su scelta delle lavoratrici interessate, in una delle sedi attive della società. Peraltro, nei pochi casi sfociati in contenzioso, la giurisprudenza ha riconosciuto la regolarità della condotta aziendale”.
Continuerà pertanto lo strano caso di pellegrinaggio aziendale che investe la sede di Rende? Almaviva sembra averla scelta come eremo di pace o come confino per molti suoi dipendenti sparsi in Italia. Anche qui il recente accordo in deroga al Ccnl sull’ascolto remoto – voluto categoricamente da una fondamentale commessa quale Alitalia per rimanere sul sito –  ha creato momenti di alta tensione prima tra i lavoratori e le parti sindacali, in quanto in molti avevano contrariato un accordo che il ccnl non contempla mentre l’azienda insiste per allargare a Rende una pratica produttiva che avviene oramai in tutte le sedi del Gruppo; e poi tra le sigle e l’azienda per le modalità e la tempistica di attuazione dello stesso.

 

 

 

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